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Francesca Siragusa   |   21 maggio 2020
Diario di uno Smart Worker - Ep.2

Dopo ormai 2 mesi lo smart worker, che sarei io, ha sviluppato abilità che non sapeva nemmeno di avere. Una su tutte: la pazienza.

Queste scoperte e i numerosi vantaggi del lavoro agile hanno riempito le mie giornate e quelle di tanti altri lavoratori come me, facendoci vivere ogni giorno un’avventura in un periodo improbabile.

Il primo ostacolo da superare è stato trovare un posto della casa dove poter lavorare. La mia scrivania, in ufficio, sta già accumulando polvere mentre in casa posso scegliere tra: l’unico tavolo disponibile e il divano. A questo, sono seguite altre problematiche collegate. Il mio fidanzato inizia, anche lui purtroppo, a lavorare in smart working. Giorno e notte sotto lo stesso tetto. Un’altra dose di ansia.

Come faremo a dividerci gli spazi? La casa è troppo piccola per lavorarci entrambi. Due telefoni che squillano, due pc e un doppio monitor, senza il quale lavorare diventa un’impresa impossibile, scalare l’Everest in confronto è una passeggiata. Prolunghe sparse per casa, borse e zaini sulla mensola ed i piatti del pranzo nel lavandino. Come riuscirò a fare una video conferenza senza far vedere il caos che regna in casa?

La posizione del tavolo ha fatto la differenza. Al mattino viene trascinato al centro della stanza, così grazie ad una combinazione perfetta di luce naturale, prese e un Tetris di computer e fogli vari siamo riusciti a lavorare in due nel tavolo da pranzo. Per fortuna la cucina ha la penisola.

Due postazioni lavoro incastrate come i lego e due “colleghi” poco plausibili.

La comunicazione non verbale ha reso tutto più semplice: avvisi di chiamate in corso o in attesa, tutto comunicato tramite semplici gesti. La cosa più difficile: alzarsi dalla sedia senza dolori alla schiena o crampi vari ma soprattutto senza spostare quell’intreccio di cavi che ha reso possibile la nostra giornata di lavoro.